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NUTRIZIONE
CLINICA IN ONCOLOGIA
I numerosi studi che sono stati dedicati al rapporto tra
alimentazione e neoplasia dimostrano come un buon stato nutrizionale
tenda a migliorare il benessere soggettivo ed oggettivo dei
malati.
L’obiettivo di una buona nutrizione è di preservare
(o di evitare) gli eventuali deficit nutrizionali, di impedire
la perdita di massa magra (o di muscolo) e di ridurre gli
effetti della malnutrizione sui vari organi.
Fino a qualche decade fa, si riteneva che ottimizzare lo
stato di nutrizione significasse anche accelerare la crescita
del tumore. Studi più recenti hanno viceversa dimostrato
come un’adeguata nutrizione riduca, tra l’altro,
la tossicità ed i danni della chemioterapia, o migliori
la possibilità di sopportare una radioterapia aggressiva.
Naturalmente lo stato di iponutrizione (o di malnutrizione) è fortemente
correlato al tipo di tumore. Uno studio attuato in un gruppo
di pazienti chemiotrattati ha, per esempio, dimostrato come
la perdita di peso (e quindi di massa magra) sia molto significativa
(circa 80% dei casi osservati) nei tumori del pancreas o
dello stomaco; mediamente significativa (50-60%) nel linfoma
non-Hodgkin, nel tumore del colon, della prostata e del polmone;
poco rilevante (30%) nelle leucemie linfocitiche, nei tumori
della mammella e nei sarcomi.
Nonostante i benefici dimostrati con miglioramento dello
stato di nutrizione, la letteratura dimostra come circa il
50% dei pazienti neoplastici non abbiano un adeguato apporto
calorico e proteico, risultando sostanzialmente ipo- o mal-nutriti.
STATO DI NUTRIZIONE ED EFFETTI METABOLICI DELLE NEOPLASIE
Il grado di malnutrizione può dipendere dal tipo
di tumore, dalla sua estensione e/o dalla sua posizione,
così come dal tipo di trattamento cui il paziente
viene sottoposto. In tal senso risulta paradossale come,
in questi pazienti, una frequente causa di morte non sia
il tumore in sé, quanto il progressivo stato di denutrizione.
Pertanto una consulenza nutrizionale dovrebbe essere instaurata
per ogni tumore in grado di compromettere per un tempo prolungato
l’assunzione o l’assorbimento di cibo (figura
2), per meglio calcolare gli apporti quotidiani, lo stato
nutrizionale, lo stato di idratazione, la capacità di
assumere diete alternative alle usuali e/o l’opportunità di
utilizzare gli integratori.
Poiché l’atto terapeutico (chirurgia, terapia
radiante, chemioterapia, stress psicologico, etc) implica
un aumento consistente del metabolismo e del catabolismo
proteico, con diminuzione dei processi riparativi e presenza
di uno stato di immuno-depressione, la consulenza nutrizionale
andrebbe effettuata precocemente (possibilmente all’inizio
dei provvedimenti terapeutici), in un contesto di valutazione
e di trattamento multidisciplinare del paziente (figura 3).
Questo tipo di atteggiamento, migliorando sensibilmente lo
stato clinico dei pazienti (per un rapporto diretto tra stato
di nutrizione ed efficacia delle terapie), incrementa sensibilmente
lo stato soggettivo del malato e la sua capacità di
accettare l’evento patologico, favorendo la capacità del
malato di condividere il piano terapeutico ed una rapida
deospedalizzazione. Eventi questi che, in definitiva, migliorando
il rapporto costo/beneficio e costo/efficacia delle terapie
portano ad una sensibile riduzione della spesa di gestione
dei singoli Reparti/Dipartimenti.
Un approccio integrato consente, del resto, la prevenzione
e (quando possibile) il trattamento di molte comorbilità potenzialmente
presenti nel neoplastico, che per il nutrizionista sono così riassumibili:
• anoressia/cachessia con perdita progressiva del peso corporeo
e conseguente stato di malnutrizione;
•
alterazione delle capacità sensoriali (gusto, olfatto)
in grado di modificare la quantità e la qualità del
cibo assunto;
• dismetabolismi indotti dalla neoplasia (alterazioni del metabolismo
dei carboidrati, grassi e proteine; ipercalcemia; ipofosfatemia
con osteomalacia; ipo- ed iper-glicemia, etc);
• ipermetabolismo ed ipercatabolismo;
•
alterata funzione gastro-enterica tumore indotta (es: dismotilità conseguente
ad alcune neoplsie polmonari);
• stati di malassorbimento gastro-enterico (es: secondario
a disfunzione enzimo-pancreatica, deficit/inattivazione sali
biliari; fistole GE; infiltrazioni mesenteriche o del sistema
linfatico da parte di cellule neoplstiche, etc);
• malassorbimento proteino-disperdente;
• anemie carenziali o associate a micro-emorragie o a ipoplasie
midollari;
•
alterazioni elettrolitiche e stati di modificata idratazione
conseguenti a vomito, diarrea, fistole, inappropriata secrezione
di antidiuretina (es: nei tumori polmonari) o per un’anomala
secrezione di ormoni intestinali, o in stati di iperadrenalismo
(per tumori producenti corticosteroidi/corticotropina).
Cachessia neoplastica
La cachessia è una sindrome caratterizzata
da:
- astenia, anoressia, perdita di peso, deplezione e ridistribuzione
di taluni compartimenti dell’organismo ospite;
- alterazioni dell’equilibrio idroelettrolitico;
- eventuali alterazioni ormonali;
- progressiva insufficienza delle funzioni vitali.
Dal punto di vista clinico il paziente cachettico presenta
cute pallida e atrofica, muscolatura scheletrica gravemente
ridotta e una marcata riduzione dei depositi adiposi sottocutanei
(talora mascherata dalla presenza di edemi).
Frequenti studi clini hanno messo in evidenza la presenza
di anemia con deficit di potassio, iperidratazione con normale
distribuzione del volume di acqua intra ed extracellulare,
deplezione del tessuto adiposo e muscolare e discreto risparmio
della componente proteica viscerale.
Caratteristica dei pazienti con cachessia neoplastica è l’aumento
della massa epatica, renale e splenica, con spiccata compromissione
degli altri parenchimi.
L’incidenza e l’entità della cachessia
non sono sempre in rapporto diretto con l’assunzione
di calorie né con la varietà istologica o il
tipo di diffusione neoplastica, né con la massa tumorale.
Generalmente la cachessia viene considerata la risultante di due fattori:
- da un lato, la ridotta assunzione di nutrienti
- dall’altro, un’alterazione complessa del metabolismo che impedisce
all’individuo di adattarsi ad una situazione di risparmio energetico
e proteico tipica del digiuno (e che si esprime anche in una difettosa utilizzazione
dei substrati somministrati).
Se la malnutrizione è prevalentemente legata al digiuno, sarà indicata
una reintegrazione nutrizionale per os o per via enterale; se esiste una componente
di malassorbimento la via venosa sarà prioritaria o si dovrà ricorrere
a diete elementari.
Anoressia e ipofagia
Si identifica una anoressia “obiettiva”, quando
vi sia una riduzione di almeno il 20% dell’assunzione
abituale di nutrienti, ed una anoressia “soggettiva” che
il paziente riferisce il grado di perdita di appetito e la
riduzione dell’assunzione di cibo.
Alterazioni del gusto si verificano frequentemente nei pazienti
neoplastici. Le modificazioni del gusto sono state correlate
con il calo ponderale, con la ridotta assunzione di cibo
e con la diffusione della malattia. Tali alterazioni consistono
in una variazione della soglia gustativa che è solitamente
aumentata per i sapori salati, aumentata o diminuita per
i sapori aspri, aumentata per i sapori dolci (anche se non
per tutti gli autori). Recenti studi hanno inoltre dimostrato
l’associazione tra disosmia per alcuni alimenti che
vengono percepiti come cattivi (cioccolato, carne di maiale,
manzo e pollo) e avversione al cibo.
Gli alimenti per i quali è stata descritta più frequentemente
una diminuita palatabilità o totale avversione sono
la carne, il cioccolato ed il caffè.
Da non dimenticare che le alterazioni del gusto possono portare
ad una riduzione delle secrezioni digestive e quindi ad una
rallentata digestione. Inoltre, il deperimento dell’organismo
si accompagna ad una deplezione muscolare della parete gastrica
e ad una ritardata digestione e assimilazione di nutrienti
e una protratta stimolazione sensoriale.
Altra causa (e/o concausa) di anoressia può essere
rappresentata dai fattori psicologici (es. depressione e
stress). Anche le alterazioni dell’assetto ormonale
possono influire sull’assunzione di cibo; un esempio è costituito
dall’insulino-resistenza presente nei pazienti neoplastici
con calo ponderale. La conseguenza è un’intolleranza
al glucosio e una puntata iperglicemica postprandiale che
può deprimere l’appetito e ritardare lo svuotamento
gastrico.
Alterazione del metabolismo energetico
Indipendentemente dal tipo di tumore e dal suo stadio, altri
fattori quali lo stato nutrizionale, il grado di digiuno,
la durata della malattia ed il trattamento antineoplastico
possono influenzare il consumo energetico.
L’opinione più diffusa è che se vi è un
aumento del consumo energetico indotto dal tumore, esso sia
quantitativamente modesto. Dal punto di vista clinico, l’importante
non è tanto l’aumento del consumo bensì il
bilancio energetico (bilancio tra ciò che si consuma
e ciò che si introduce) che, per alcune condizioni
associate al tumore (come per es. l’ipofagia o la sidfagia),
tende ad essere spesso negativo.
Trattamento nutrizionale
Il trattamento della malnutrizione richiede
un percorso specifico, personalizzato, che può prevedere
opzioni dietetico-nutrizionali in grado di non peggiorare
ulteriormente
il quadro clinico.
Nel paziente affetto da neoplasia, l’obiettivo è quello
di impedire che lo stato di nutrizione peggiori in conseguenza
al tumore o alle terapie, assicurando un’introduzione
calorica non inferiore alle 25-30 kcal/kg/die e un apporto
proteico di 1.2-1.5 g/kg/die.
Il trattamento può richiedere l’utilizzo di
alimenti assunti per bocca, l’uso di integratori orali,
fino all’utilizzo della nutrizione artificiale (NA)
(figura 4).
Durante il trattamento sono indispensabili due tipi di sensibilità:
da un lato è fondamentale definire gli obiettivi terapeutici
(es. stabilire il peso ragionevole realmente raggiungibile;
pensare al benessere in rapporto ad un’altra malattia
di base, etc); dall’altro è necessario rammentare
che anche la terapia nutrizionale può determinare
complicanze potenzialmente gravi.
Per esempio, nel grave malnutrito (es. nell’anoressia
neoplastica avanzata) la rialimentazione può determinare
complicanze organiche tanto gravi da portare il paziente
a rischiare la vita. Ecco perché la malnutrizione
grave deve essere gestita da personale specializzato, in
grado di attuare un adeguato monitoraggio clinico, ematochimico
e strumentale del paziente.
Il precoce riconoscimento della malnutrizione ed il suo trattamento,
o l’identificazione dei pazienti a rischio, possono
migliorare l’evoluzione clinica del neoplastico ricoverato,
riducendo il numero delle complicanze ed abbreviando la degenza.
Pe una più corretta descrizione dell’alimentazione
enterale (con sonda) o parenterale, si rimanda alle specifiche
linee guida della Società Italiana di Nutrizione Parenterale
ed Enterale.
Terapia nutrizionale nel trapiantato di midollo
Rispetto ai pazienti con tumore solido,
la malnutrizione è relativamente
poco frequente nei pazienti con un tumore del tessuto emopoietico.
Tuttavia, non mancano lavori in grado di documentare una
riduzione della massa magra, una negativizzazione del bilancio
energetico e deficit di vari micronutrienti nei pazienti
sottoposti a trapianto di midollo. Infatti, nelle 2-4 settimane
successive al trapianto sintomi come l’anoressia, la
xerostomia, la stomatite e le mucositi dell’esofago
sono ampiamente descritti. Questi sintomi portano il paziente
a ridurre drasticamente la quantità di cibo assunto
per bocca portando all’iponutrizione e/o alla malnutrizione.
Poiché il paziente trapiantato è anche immunodepresso, è sostanziale
impedire che con il cibo vengano introdotti germi potenzialmente
pericolosi. Per questo, quando il paziente può assumere
alimenti, è sconsigliato proporre ricette con pietanze
crude o poco cotte (es. carne appena scottata, insalate,
uova poco cotte, etc). Sebbene non vi siano regole certe,
grande attenzione e cura deve essere attuata nella preparazione,
cottura e distribuzione del cibo, che non deve mai essere
consumato freddo o troppo distante dal momento della cottura.
Classicamente, nei pazienti che non sono in grado di assumere
adeguate quantità di cibo per bocca, la nutrizione
parenterale (attuata in vena) è stata più utilizzata;
in molti centri essa, anzi, viene utilizzata anche a scopo
profilattico, ancora prima della comparsa dei sintomi da
iponutrizione.
Nei pazienti trapiantati di midollo la nutrizione enterale
(attuata con sonda naso-gastrica) è generalmente limitata
dalla presenza di infezioni esofagee; tuttavia, in mancanza
di questi fenomeni essa dovrebbe essere di prima scelta,
come avviene in tutti gli altri tipi di patologia. Infatti,
contrariamente all’idea che la parenterale sia più efficace
in questo tipo di pazienti, la letteratura ha dimostrato
una completa sovrapposizione di risultati sul piano clinico,
ma l’enterale è meno soggetta a complicanze
(es. infettive da catetere, sul piano cardiovascolare, etc)
molto meno costosa.
Infine, vanno controllate le assunzioni di quei prodotti
(es. derivati dalle erbe, etc) che il paziente tende ad assumere
per una sorta di sensazione generale di benessere, ma che
possono essere dannose sulla funzione di molti organi (tabella
7).
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